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Musei

Museo Piersanti: la Storia

di Mariolina Cegna

 Ritratto giovanile di
Mons. V.F. Piersanti
(sec. XVIII)

Venanzio Filippo Piersanti nasce a Matelica nel 1688 da Francesco Maria di Giovanni e da Faustina Orsi.

La sua famiglia ha piccoli possedimenti terrieri arricchiti dalla dote materna e solo da alcuni decenni partecipa alla amministrazione della Comunità: suo nonno Giovanni nel periodo tra il 1654 e il 1662 è caporale della Congregazione dei Battilana o di San Biagio, suo zio, l'abate Antonio, definito in un consiglio atlante di ogni pubblico interesse di questo luogo, è per lungo tempo esattore comunale a Roma dei "luoghi de' monti" per la dote Pifari (dal 1694 al 1723), ma svolge lo stesso incarico anche per la confraternita matelicese di San Giovanni Decollato.

Il padre, Francesco Maria, il 30 novembre del 1698 è aggregato alla cittadinanza (cioè al patriziato) perché è fratello carnale del sig Antonio Piersanti quale essendo chierico benefitiato, non potrà mai farlesi luoco allJingresso e perciò degnamente potrà surrogarsi in suo luoco il suddetto signor fratello" ed è, nel 1700 e nel 1707, uno dei priori della Comunità di Matelica, mentre il 15 ottobre 1708 ricopre per sei mesi la carica di credenziere.

Venanzio Filippo a quattro anni è a Roma, nel 1699 è in seminario, a 11 anni riceve la tonsura, il 22 dicembre 1703è ammesso al lettorato degli ordini inferiori; il 17 settembre 1707 viene ordinato da Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) all'esercizio degli ordini minori in San Giovanni in Laterano. Nel 1708 presta il suo aiuto nella chiesa e oratorio di San Filippo Neri a Roma. Ai padri dell'oratorio la famiglia Piersanti è particolarmente legata (nella chiesa di San Filippo di Matelica ha la propria cappella tombale) e abita nel collegio dei Ghisleri (dove studia anche suo fratello Giovanni). Nel 1709 è suddiacono e nel 1710 è diacono.

 Stemma Piersanti inquadrato con quelli di Benedetto XIII e di Clemente XII (sec. XVIII)

Il 30 marzo 1718, a trent'anni, viene nominato sesto Maestro di Cerimonie della Cappella Ponficia con moto proprio da Clemente XI, il quale il 15 agosto dello stesso anno lo nomina suo familiare e commensale per cui gli attribuisce la partecipazione alla divisione delle prebende dei canonici e dei seco-lari della chiesa collegiata di Santa Maria dei Martiri o Rotonda di Roma. Tale ruolo gli viene confermato nel 1721 da Innocenzo XIII (Conti di Roma), nel 1724 da Benedetto XIII (Orsini), che il 20 luglio del 1725 lo nomina suo "cap-pellano segreto". Nel motu proprio di conferimento del-l'incarico si precisa come egli sia già uno dei segretari papali. Il 29 luglio del 1730 nel suo primo anno di ponti-ficato anche Clemente X11 (Lorenzo Corsini), lo con-ferma nel suo ruolo di "mae-stro di cerimonia" e di "familiare e commensale" dandogli il diritto di parteci- pare alla divisione delle pre- bende nella Chiesa dei SantissimiApostolidiRoma e a tutte le distribuzioni ordinarie e straordinarie alle quali partecipavano I canonici e il vicario Maraldi.

 Stemma di casa Piersanti

Il 20 luglio del 1740 gli ven-ersanti gono confermati gli stessi diritti da Benedetto XIV iuelli di (Lambertini) nel cui motu proprio viene ind~cato per la (lll e di prima volta nella qualità di primo Maestro di Cenmome XVIit) come nel 1758 da Clemente Xlll (Carlo Rezzonico).

Il Piersanti in quanto ricopre tale ruolo, oltre ad essere familiare del papa è anche cameriere segreto perpetuo e come tale ha residenza nel Palazzo Apostolico e partecipa alle proprine dei concistori e delle canonizzazioni. Il ruolo lo rende cameriere segreto e perpetuo del papa e in perio" do di sede vacante fino alle nuove nomine papali gli dà fun-zioni di maestro di camera. I Maestri di cerimonie sono conti del palazzo lateranense, cavalieri dello speron d'oro, nobili di Roma, di Avignone, di Bologna, di Ferrara, di Benevento e delle altre città e terre dello stato ecclesiasti-co, con tuffi gli inerenti privilegi tra cui quello di inquarta-re la propria arme con quella del Pontefice (sala degli araz-zi). Lo rende esente da decime, gabelle, sussidi urbani, agrari, straordinari previsti nella più ampia maniera; nel possesso del papa e nella festa annuale dei Santi Pietro e Paolo partecipano alla distribuzione delle medaglie d'oro e d'argento che vengono appositamente coniate. Durante il regno di Benedetto XIV il papa distribuiva 155 medaglie d'oro e 399 d'argento di cui una d'oro e una d'argento riservate ai primi due maestri di cerimonia: Venanzio Filippo lo è a partire dal 1740. Inoltre nel 1743 lo stesso papa stabilisce che ogni cardinale al momento della promozione debba despositare entro un mese 162 ducati d'oro riservati ai maestri che hanno partecipato alla cerimonia e 61 per gli assenti.

Durante il regno di Benedetto XIII, il Piersanti è anche cappellano segreto, ruolo che dà il titolo di monsignore, un onorario mensile di trentadue scudi a carico del palazzo apostolico che gli permette di partecipare alle proprine, emolumenti e alla distribuzione delle medaglie d'oro e d'argento nella ricorrenza del solenne possesso del Papa, nella festa dei Santi Pietro e Paolo. Fornisce a spese del palazzo domestici e cavalli. I cappellani segreti celebrano quotidianamente la messa nella cappella segreta Pontificia. n Moroni nel suo Diario ricorda che nel 1724 monsignor Piersanti, in occasione del possesso di Benedetto XIII, cavalca dopo i mazzieri e indossa il mantellone e il cappello semipontificale, lo accompagna nel viaggio a Benevento e nel 1733, in occasione della traslazione del corpo del pontefice recita nella Basilica Vaticana l'elogio funebre in una delle due cappelle per le esequie.

L'oratorio domestico di casa Piersanti

Gli importanti incarichi che ricopre gli permettono di raccogliere suppellettili artistiche, quadri, arazzi, mobili ed oggetti vari, solo in parte trasferiti nel suo palazzo matelicese e soprattutto l'erezione di una cappella domestica, che costituirà il primo nucleo dell'attuale Museo. L'oratorio domestico è ottenuto con indulto papale, per arricchire spiritualmente non solo per la famiglia ma per il popolo matelicese, accrescendo il decoro della città (ac proprioe patrioe decore augendam). L'oratorio nel quale si celebravano messe quotidiane era aperto anche ai matelicesi e "al popolo di forestieri" e viene arricchito di eleganti reliquiari, di suppellettili e di insigni reliquie. Queste ultime erano collezionate in precedenza anche dall'abate Antonio Piersanti che nell'ottobre del 1697 ne ottiene di molti Santi. Le più importanti per la famiglia sono l'antichissima nicchia della Beata Vergine, il Volto Santo, il reliquiario della Vergine, quello dei SS. Apostoli, e quelli della Passione.

Papa Benedetto XIII aveva consacrato un'altare portatile e concede (breve del 23 marzo 1729) di porlo nell'oratorio. Benedetto XIV dà il privilegio di dirvi in maniera solenne tante messe quante ne sarà possibile, 1'8 settembre, festa della natività di Maria. Le messe sono aperte al pubblico. Ancora oggi in tale data il museo rimane aperto gratuitamente e vi si celebra una messa.

Con rescritto del 26 giugno 1745 I,oratorio ottiene la campana e il 19 maggio 1752 un'indulgenza plenaria, lega-ta all'esposizione della reliquia del Volto Santo, eff~ge copiata per speciale grazia del Papa dall'originale vaticano.

Venanzio Filippo muore a Roma nella parrocchia di Santo Spirito il 23 aprile 1761 viene sepolto il 28 dello stes-so mese nella sacrestia della Basilica Vaticana.

L'eredità di Venanzio Filippo Piersanti spetta in parti uguali ai fratelli Giocondina, che abita con lui a Roma, e Giovanni, che risiede nel palazzo matelicese. I due eredi, in base al testamento, debbono dividersi tutti i beni " mobi-li, stabili, crediti ed altro esistente tanto a Roma quanto a Matelica" (secondo alcuni storici locali, i cui lavori non sono ancora stati pubblicati, parte degli arredi del palazzo matelicese sarebbero stati acquistati dai Piersanti agli inizi del '700 insieme al palazzo. Deriverebbero dalla collezione dei Pellegrini, che aveva-no fatto costruire il palazzo).

Secondo i fratelli Piersanti anche gli arredi dell'Oratorio devono essere divisi, ma l'integrità della Cappella viene salvata e guardata da Patrizio Viviani, vescovo di Camerino e Fabriano, il quale a seguito di un'ispezione sostiene che le cose della Cappella"debbono essere "indivise e unite nella casa del Piersanti a Matelica deI quale tutti due eredi e loro eredi ne dovesser aver l'uso e il godimendo promiscuo come era nell'intenzione del Piersanti che ha fatto una così grande raccolta per arricchire l'Oratorio e la Città di Matelica, e dei 8_ Papi.

Il vescovo ricorda che la norma di legge sull'incommerciabilità delle cose religiose, sacre e consacrate al culto le quali debbono servire l'uso cui sono state destinate.

Il vescovo termina la sua requisitoria sostenendo che le reliquie dovevano essere esposte alla pubblica venerazione "per la consolazione del popolo matelicese che gode così delle indalgenze concesse dal papa" Intorno a questo oratorio domestico si fonda il primo nucleo del Museo Piersanti perché i successivi eredi per salvaguardarlo salvano il palazzo e la raccolta, che deriva in gran parte dall'arredo del palazzo matelicese di monsi-gnor Piersanti, ma che è mantenuta e arricchita dai suoi eredi.

Francesco Maria Piersanti, unico figlio maschio di Giovanni e nipote di Venanzio Filippo, fa testamento il 26 settembre 1782; in esso chiede di essere sepolto nella cap-pella di famiglia, dedicata a Sant'Antonio da Padova, e crea alcuni lasciti per le sorelle Maria Costante monaca, Modesta e Venanza; nomina sua erede universale la sorel-la maggiore Faustina, perché nella sua discendenza venga conservata la casa con tutti gli arredi e soprattutto con la ~Sacra Cappella insignita di tanti rari privilegi ed indalgen-ze da tanti sommi Pontefici per le tante preziose ed insigni reliquie che i'? essa si venerano". Prevede che la sua erede " debba continuare la di lei abitazione in questa città di Matelica e ritenere come suol dirsi la mia casa aperta con prender per suo marito... e tirarselo ad abitare in essa casa per patto espresso con dover assumere il cognome e lo stem-ma gentilizio della casa Piersanti".

All'erede inibisce di alie-nare o distrarre i beni stabili, la casa paterna e la cappella con i suoi arredi.

Il fidecommisso doveva continuare nel primogenito di Faustina e nei suoi eredi, qualora non aves-se avuto, come accadde, figli nomina gli altri eredi nelle sorelle, in ordine di età, e nei loro figli primogeniti. A tutti viene fatto obbligo di assumere il cognome Piersanti e di abitare il palazzo. Il testamento viene aperto il 26 settem-bre 1782.

Giocondina alla sua morte lascia per testamento gli arre-di della cappella domestica romana a quella di casa Piersanti in Matelica, inoltre vende tutto quanto possiede e con il ricavato, tolti alcuni piccoli lasciti personali alle nipo-ti e alla cognata, crea una cappellania meramente locale come semplice legato con l'obbligo di una messa al giorno per la anima, dono la somma di 4.000 scadi in luoghi dei monti che non possono essere né alienati né ipotecati ma come dote perpetua della cappellania". Lega il patronato della cappellania al possessore pro tempore "della primoge-nitura o sia fidecommisso" istituito dal nipote Francesco Maria, che allora è Faustina Piersanti Bellini. Inoltre stabi-lisce che qualora e per qualunque motivo fosse stata ven-duta o alienata o ipotecata la casa o la cappella l'erede sarebbe decaduto dall'eredità in favore del Vescovo di Matelica.

Nascita e sviluppo del Museo Piersanti

Agli inizi del secolo XX Teresa Capeci Piersanti dona il palazzo con tutto il corredo artistico al Capitolo e alla Parrocchia della Cattedrale, in adempimento alle volontà testamentarie del marito, il marchese Filippo Piersanti, ultimo erede della famiglia e primo sindaco di Matelica dopo l'Unità. Tra il XIX e il XX secolo alcuni illuminati col-lezionisti lasciano le proprie raccolte ad una pubblica desti-nazione. Le formule giuridiche scelte per la creazione di queste case-museo sono le donazioni e i legati testamenta-ri in favore di Enti Pubblici che potevano essere i Comuni, i musei civici o statali, e la nascita delle fondazioni. Il Marchese Piersanti con suo legato testamentario, distac-candosi da queste nuove formule, lascia erede il Capitolo e la Parrocchia della Cattedrale forse per mancanza di fidu-cia nel pubblico. Nel periodo successivo all'Unità si occupa di pubblica amministrazione e, mentre lui è sindaco, a Matelica viene deciso di creare un Museo Civico con le opere provenienti dalla Soppressioni ma il museo non si realizza e oggi non tutte le opere derivanti dalla Soppressione sono rintracciabili.

Purtroppo l'archivio del museo manca di un inventarioo topografico che ne testimoni l'arredo ottocentesco, mentre I) si ha un inventario simile per la prima metà del Settecento, legato alla divisione dei beni di monsignor Piersanti. Quello redatto da Sennen Bigiaretti, nominato dal vescovo direttore e conservatore del Museo, è più tardo, 1918, ed illustra l'arredo in un momento in cui erano già stati intro-dotti cambiamenti museografici con la creazione, all'inter-no della casa museo, di una piccola pinacoteca con opere provenienti da confraternite, da chiese distrutte e da chie-se funzionanti ma con opere non più utilizzate.

Nel periodo bigiarettiano l'attivismo del direttore rende possibile l'acquisizione di nuove opere attraverso donazio-ni e depositi: il deposito comunale, la donazione della Marchesa Pulcheria De Santis e la donazione dello stesso Bigiaretti.

Il deposito del Comune di Matelica, non rilevante a fini artistici, ha valenza per la storia locale si compone, come descritto nell'inventario bigiarettiano, di 4 toghe di magistrati comunali in velluto nero, 91ivree, 10 giubbetti, 1 paio di calzoni di panno 10 cappelli a sofffietto, 5 in velluto e 5 in damasco, 1 mantellina nera di tela due drappi di velluto verde controtagliati (attualmente non esposti e tutti bisognosi di restauro) oltre ad alcuni mobili, 2 poltrone del 600 con spalliera che presentano decorazioni impresse in oro (una è esposta nella sala degli arazzi) altra sedia del 500 "con cuoio mal ridotto e batoni ossidati in pessimo stato", bussolo per votazioni con 20 cassetti, esposto nella sala 7, e un lampadario composto da una catena in ferro battuto circondato da foglie e quattro ali a croce, infine lungo uncino che in alto termina in una cometa, ed attorno si arrampicano 4 oche, stemma della famiglia Lucarelli.

Originariamente era nella cappella del Suffragio in San Filippo, da lì portata in Comune al momento della Soppressione ottocentesca. Più rilevante è la donazione di Pulcheria de Santis (Matelica 28 settembre 1845- 6 gennaio 1927). Non conosciamo la data precisa di tale donazione awenuta in vita tra il 1902, anno del lascito Piersanti, e il 1915, data della prima stesura dell'inventario dove i dipinti figurano in catalogo. Si tratta di una piccola collezione di tele del Seicento e del Settecento, soprattutto nature morte e pittura di genere, alcune molto rilevanti. Il Bigiaretti colloca le più importanti nella sala degli arazzi e distribuisce il rimanente nelle altre sale. Tra di esse due nature morte rappresentanti tavole imbandite (sala degli arazzi), due ovati con fiori di un metro di altezza, una natura morta fiamminga con garofani e limoni, una natura morta con fiori a pannocchia, un paesaggio campestre alla maniera di Rosa da Tivoli, altro dipinto con scena pastorale e vedute di un castello diroccato un grande paesaggio. Più modesta la donazione del primo direttore, Sennen Bigiaretti, che pensava forse di lasciare la sua ricca collezione di ceramiche. n lascito comprende tre drappi perugini, attualmente non esposti, una pergamena miniata (Biblioteca), un frammento di affresco del secolo XI-XII (prima sala pinacoteca), una piccola collezione di campioni di carta colarata del 700, non esposta, un drappo di broccato rosso raffigurante la venuta della Santa casa di Loreto .

In questi ultimi anni il museo ha ricevuto altre donazioni: dal signor Remo Marini il pastorale di Ercolano Marini, vescovo di Amalfi (attualmente non esposto), dalla famiglia Murani Mattozzi abiti della fine del Settecento (non espo-sti), dal pittore matelicese Diego Pettinelli una collezione di tessuti appartenuti a Sennen Bigiaretti, dalla signora Misia Ciciani alcune ceramiche, da Renzo De Biase un timbro con lo stemma Piersanti e dalla signora Francesca Pardi un salottino di produzione locale della fine del Settecento. Le donazione non in mostra sono in attesa che venga completata la sistemazione del secondo piano del palazzo dove verranno aperte ulteriori sale per le esposizioni.


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