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NORMATIVA

USO SOSTENIBILE DEI FITOFARMACI, TROPPI ONERI MA SOLO PER GLI AGRICOLTORI ITALIANI
L'attuazione della direttiva 2009/128/CE sull’uso sostenibile dei fitofarmaci evidenzia già delle forti differenze tra i diversi paesi dell'Ue. Mentre l'Italia discute una proposta di piano contenente misure restrittive che vanno bel al di là degli obblighi stabiliti dalla direttiva per le imprese agricole, Francia, Gran Bretagna e Spagna hanno approvato dei piani nazionali che si limitano a perfezionare le misure già attuate, per favorire un utilizzo dei prodotti corretto in modo da limitare l'impatto di tali sostanze sulla salute umana e l'ambiente. I tre piani nazionali, infatti, partono dal presupposto che l'attuazione delle misure della Politica Agricola Comunitaria, incluse quelle agroambientali, nonché la legislazione in materia di tutela delle acque, già hanno consentito di formare gli agricoltori ad un uso responsabile nell'impiego di tali sostanze. Le misure previste dai singoli piani si limitano, quindi, in modo molto semplificato ad integrare, in modo minimale, quanto già stabilito dalle diverse norme nazionali prevedendo alcuni indicatori per misurare come nel tempo migliorerà ulteriormente l'impiego di tali prodotti. L’impostazione del piano britannico, ad esempio, è esattamente l'opposto di quella adottata in Italia: le associazioni di categoria, in particolare quelle agricole, sono state consultate sin dall'inizio nella fase di elaborazione del piano e non state escluse come, invece, é avvenuto nel nostro Paese dove il Ministero dell'Ambiente ha imposto, senza incontrare opposizione da parte delle altre amministrazioni competenti, una netta estromissione delle organizzazioni professionali agricole considerate, inopportunamente, semplici portatrici di interesse e non soggetti in grado di fornire un quadro realistico dei progressi e dei problemi incontrati dalle imprese agricole, in questi anni, nell'impiego dei fitofarmaci. Oltretutto, Gran Bretagna e Spagna, a differenza dell'Italia, hanno rispettato rigorosamente nel piano l'obiettivo previsto dalla direttiva che è quello di ridurre il rischio nell'impiego di tali prodotti attraverso la previsione di misure di mitigazione e non la riduzione quantitativa nell'uso degli stessi che può essere solo una naturale conseguenza dell'evoluzione innovativa delle tecniche agronomiche e della ricerca, qualora sul mercato siano introdotte nuove molecole di sintesi in grado di combattere le patologie delle piante con efficacia, ma avendo minore pericolosità sul piano tossicologico ed ambientale. Molto interessante è il piano adottato dai francesi Ecophito (http://agriculture.gouv.fr/Les-avancees-du-plan-par-axe) che a differenza di quello italiano pone sì degli obiettivi mirati, ma è supportato per la sua realizzazione da ben 41 milioni di euro, quando, invece, in Italia, il piano nazionale sull’uso sostenibile dei fitofarmaci non ha alcuna copertura finanziaria. Il piano francese é articolato in nove assi attorno ai quali ruotano 114 azioni. I nove assi prevedono: monitorare l’impiego di fitofarmaci; diffondere pratiche agricole e sistemi a ridotto impiego di fitofarmaci; ricerca per coordinare e accelerare l’innovazione; formare e inquadrare per un uso monitorare e sicuro; sorvegliare per trattare nel modo più corretto; tenere in debita considerazione le differenze regionali; agire sulle aree non agricole; organizzare la governance del piano e comunicare; rafforzare la sicurezza per gli utilizzatori. Il piano promuove l’innovazione in termini agronomici nell’uso dei fitofarmaci e la valutazione dei progressi realizzati in materia di riduzione del loro impiego. Ampio spazio è dato alla diffusione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale tramite la creazione di una rete di 1.900 imprese agricole che aderiscono volontariamente alla misura di riduzione dell’impiego di fitofarmaci rispetto alla media regionale. La formazione di tale rete ha consentito di selezionare 41 dossier di sperimentazione oggetto di finanziamento. In sostanza, le imprese agricole si sono rese disponibili ad applicare nel loro contesto produttivo tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale suggerite da progetti di ricerca mirati. Il piano fa perno sul principio che ricerca, dimostrazione e pratiche agricole, sono strettamente collegate. Gli agricoltori esprimono i loro bisogni in materia di ricerca. Tali bisogni sono recepiti tramite il finanziamento di progetti di ricerca i cui risultati sono poi applicati nelle stesse imprese agricole che intendono volontariamente partecipare. In sostanza, il piano francese sull’uso sostenibile, ha un approccio diametralmente opposto a quello italiano in quanto è di fatto articolato come un progetto operativo, ad adesione volontaria, opportunamente finanziato per consentire di raggiungere l’obiettivo di riduzione dell’uso dei fitofarmaci attraverso l’attuazione di azioni mirate ed opportunamente incentivate. Tutto l’opposto di quello che viene indicato nel piano italiano dove si elencano una serie di adempimenti obbligatori a carico delle imprese agricole, senza considerare minimamente il settore della ricerca e, quindi, rispondere alle difficoltà che le imprese agricole incontrano nel ridurre l’uso di fitofarmaci sul piano agronomico, ma soprattutto pretendendo una riduzione quantitativa ed indifferenziata dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura lasciando gli interi costi di tale operazione a carico delle imprese agricole. Il Ministero dell’Ambiente, che ha coordinato l’elaborazione del piano, propone, infatti, obiettivi ambiziosi non solo senza voler investire alcuna risorsa economica del proprio bilancio, ma senza neanche preoccuparsi di individuare concretamente a priori, delle risorse finanziarie con le quali supportare le imprese agricole in questa complessa operazione di diffusione delle tecniche di coltivazione a basso uso di fitofarmaci. E’ evidente che ancora prima di attuare la direttiva n. 2009/128/CE, l’agricoltura italiana che paradossalmente è all’avanguardia nel mondo, rispetto all’impiego corretto dei fitofarmaci, risulta già penalizzata da un piano di attuazione che se dovesse essere approvato così come è ora, pone le imprese italiane in una condizione di svantaggio concorrenziale non solo rispetto a quelle inglesi, francesi e spagnole, ma anche alle altre imprese che operano sul mercato europeo.

PER COOPERATIVE AGRICOLE, IMPRESE AGRICOLE E CONSORZI AGRARI ENERGIVORI, POSSIBILI RIDUZIONI DEGLI ONERI DI SISTEMA IN BOLLETTA
Oneri meno pesanti, per le imprese particolarmente energivore, con il DM firmato dai ministri dell’ Economia e dello Sviluppo economico in data 5 aprile 2013. Anche le cooperative agricole, le imprese agricole e i consorzi agrari, che hanno elevati consumi energetici per i propri processi produttivi , potrebbero rientrare nel “registro delle imprese energivore”. Le attese agevolazioni per le imprese ad alta intensità energetica saranno mirate soprattutto sulle industrie di dimensione medio-piccola. A cambiare sarà direttamente il criterio base per redistribuire gli oneri fiscali e parafiscali, che come noto rappresentano una componente significativa e oltretutto crescente dei costi energetici. Il provvedimento introduce un nuovo concetto di azienda energivora, che d'ora in poi sarà identificata in base all'incidenza del costo dell'energia sul proprio volume complessivo d'affari, e non solo sull'ammontare del valore assoluto dei costi energetici, come del resto prevedono le norme europee varate ben 10 anni fa. Le imprese selezionate, sulla base del citato DM, saranno iscritte con i nuovi criteri in un registro delle imprese energivore, avranno dunque diritto ad agevolazioni sia sulle accise per l'energia complessivamente utilizzata nella loro attività sia sui cosiddetti oneri di sistema sull'energia acquistata. Prossimamente sarà emanato un apposito regolamento, di quanto definito oggi in linea di massima, dall’Autorità per l'energia elettrica e il gas, che sarà chiamata a rimodulare gli oneri «in base ai nuovi criteri». Per ora si sa che le aziende con un costo totale dell'energia superiore al 3% del fatturato avranno diritto ad agevolazioni sulle accise. E che le aziende con un rapporto tra costo della sola energia elettrica e fatturato superiore al 2% godranno di oneri di sistema ridotti. Le riduzioni saranno applicate in maniera crescente proprio in base a tale rapporto e viene comunque mantenuta una soglia minima di consumo energetico, pari a 2,4 gigawattora l'anno, compresa l’energia diversa dall’elettricità, per l'applicazione delle agevolazioni. L'impegno formulato con l'articolo 39 del "decreto sviluppo" del giugno 2012 prende finalmenteforma, anche se per trasformarsi in un atto pienamente operativo ci sarà bisogno di un regolamento attuativo.

SOSPENSIONE SISTRI, IL GOVERNO APPROVA
sospensione del SISTRI, già peraltro annunciata qualche giorno prima da un comunicato stampa del ministro Clini. DEL Alla vigilia della partenza ufficiale - prevista, per le imprese di maggiore dimensione, per il 30 giugno – il Governo ha varato una nuova proroga dell’avvio del sistema, ritenuta necessaria per una approfondita valutazione sulla funzionalità della piattaforma tecnica e delle procedure. Nel dare il proprio assenso alla proposta di proroga formulata dal Ministero dello sviluppo economico, il Ministero dell’ambiente ha ritenuto di condividere alcune perplessità espresse dalla DIGITPA (Ente nazionale per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione), precisando che, sebbene il SISTRI rappresenti uno strumento necessario per la tracciabilità dei rifiuti, a seguito delle difficoltà operative riscontrate nella fase di avvio sperimentale e delle valutazioni critiche della DIGITPA in merito alle procedure seguite per l’affidamento a SELEX-FINMECCANICA della progettazione e realizzazione, ai costi ed al funzionamento del sistema, si rende indispensabile un periodo di sospensione per chiarire tutti gli aspetti e decidere definitivamente se il SISTRI funziona e se deve essere modificato, o sostituito.

RINNOVO AUTORIZZAZIONI E LICENZE – ALLEGATI MODELLO 18
La legge e la presente norma hanno inteso ribadire in modo categorico il principio, peraltro già introdotto nella più recente normativa, dell’obbligo per l’Amministrazione di ricercare essa stessa tutti i dati che già sono in Suo possesso nel rilascio di atti ed autorizzazioni. L’amministrazione della pesca informa con propria circolare che dal primo gennaio 2012 è infatti entrata in vigore la modifica al D.P.R. n. 445/2000 sulle certificazioni amministrative, introdotta dall’art.15 della L.12 novembre 2011 n.183, e con cui si stabilisce che le certificazioni rilasciate dalla pubblica amministrazione in ordine a stati, qualità personali e fatti sono valide e utilizzabili solo nei rapporti tra privati.

PER LA NUOVA LICENZA DI PESCA
Nuove denominazione degli attrezzi da pesca in licenza Con il 26.01.2012 (pubblicato sulla G.U. del 25.05.2012) in ossequio all’indirizzo dei c.d. “regolamenti controlli” – Reg. (CE) n.1224/2009 del Consiglio del 20 novembre 2009 –, che istituisce un regime di controllo comunitario per garantire il rispetto delle norme della politica comune della pesca ed, in particolare, a quanto previsto dall’articolo 6 (del suddetto Regolamento) ed ottempera alle disposizioni dell’art. 3 punto III allegato II del Regolamento attuativo (UE) n.404/2011 della Commissione dell’8 aprile 2011. Il provvedimento rinomina con altri criteri gli attrezzi di pesca ai sensi dell’art. 11 del D.M. 26 luglio 1995 (c.d. “decreto licenze”), attrezzi il cui uso è autorizzato in licenza, tali attrezzi di pesca assumono la seguente codifica prevista dalla “classificazione statistica internazionale standardizzata degli attrezzi da pesca” – denominata ISSCFCG-FAO del 29 luglio 1980. Altri importi modifiche sono quelle della variazione del modulo della licenza di pesca e dei documenti propedeutici ed istruttori, come ad es. il mod. 18 per l’istruttori di rilascio di nuova licenza, etc...

RETI DA PESCA – traino da fondo –
In ossequio all’applicazione del Reg. CE 1343/2011 è stata chiarita l’annosa questione della dimensioni maglie reti da traino ai sensi dell’ art. 9 Reg. CE 1967/2006. L’art. 28 del citato Reg. CE 1343/11, sostituendo l’art. 9 (paragrafo 3) del Reg. CE 1967/06 ha sancito che l’armatore che opti per la maglia romboidale da 50 mm., la stessa deve applicarsi all’intera rete a traino e non solo alla parte terminale (sacco). A chiarimento tecnico siamo a precisare, per istanze già pervenute in materia, che invece la maglia quadrata da 40 mm. ha la diagonale stirata da 40 mm. e non il lato da 40 mm, la verifica non avviene più infilando il misuratore nella luce, nello spazio di maglia, ma misurando la diagonale minore che non può essere inferiore a 40 mm, mediante il misuratore di maglie “Omega” (*). Con nota del MIPAAF sulla norma Comunitaria i precisa inoltre che: a. Se si opti per “il sacco con maglia quadra da almeno 40 mm.” le rimanenti parti della rete da traino devono avere (prescindendo dalla foggia quadra o romboidale) un apertura di maglia maggiore o uguale a 40 mm. b. Se si opti per “l’intera rete con maglia romboidale da almeno 50 mm.”, le parti della rete diverse dal sacco devono avere un’apertura di maglia maggiore o uguale a 50 mm. Tutti i pescherecci debbono ottemperare a tale obbligo entro e non oltre il 31.10.2012 (dispaccio MIPAAF d..g. pesca 0013720). Gli uffici periferici della Capitanerie di Porto provvederanno entro tale data ad effettuare le verifiche del caso.

REGIONE MARCHE – L.R. 3 aprile 2002, n. 3 -Norme per l'attivita' agrituristica e per il turismo rurale.

(Pubblicata nel Bollettino ufficiale della Regione Marche n. 2 del 28 febbraio 2003 e sulla G.U. n. 37 del 13 settembre 2003 – Serie speciale Regioni)
Art. 1.
F i n a l i t a'

1. La Regione, in armonia con la legislazione comunitaria e statale, sostiene l'agricoltura anche mediante la promozione di idonee forme di turismo nelle campagne al fine di:
a) favorire lo sviluppo ed il riequilibrio del territorio agricolo e rurale;

b) agevolare la permanenza dei produttori agricoli nelle zone rurali attraverso lo sviluppo della multifunzionalita' della loro attivita' per il completamento della formazione del reddito agricolo e per il miglioramento delle condizioni di vita;

c) creare e consolidare nuove forme di ricettivita' e di servizi turistici nei territori rurali;

d) salvaguardare e migliorare il patrimonio naturale ed edilizio di architettura rurale;

e) conservare, tutelare e promuovere l'ambiente e il paesaggio agricolo;

f) valorizzare i prodotti tipici e tradizionali e quelli provenienti da agricoltura biologica;

g) tutelare e promuovere le tradizioni e le iniziative culturali del mondo rurale;

h) sviluppare il turismo sociale e giovanile per consentire una migliore conoscenza dell'ambiente, degli usi e delle tradizioni rurali.

Capo I
Norme per l'esercizio dell'agriturismo

Art. 2.
Definizione di attivita' agrituristiche

1. Per attivita' agrituristiche si intendono quelle di ricezione e ospitalita' esercitate stagionalmente dagli imprenditori agricoli, singoli o associati, attraverso l'utilizzazione delle strutture, cosi' come individuate dall'Art. 7, e dei fondi dell'azienda agricola a qualsiasi titolo condotta. Le suddette attivita' devono risultare in rapporto di connessione e complementarita' rispetto a quelle agricole e non costituiscono esercizi pubblici commerciali di ristorazione, albergo o affittacamere.
2. In particolare, sono attivita' agrituristiche: a) dare alloggio in appositi locali aziendali a cio' adibiti;
b) ospitare in spazi aperti opportunamente attrezzati per la sosta;
c) somministrare per il consumo sul posto, spuntini, pasti e bevande, ivi comprese quelle a carattere alcolico e superalcolico, prodotti per almeno il trentacinque per cento con materia prima proveniente dalla propria azienda, ridotto al venticinque per cento per le aziende che ricadono nelle aree di montagna e svantaggiate definite dalla direttiva comunitaria n. 268 del 1975 e successive modificazioni ed integrazioni. I prodotti integrativi e complementari per la preparazione, provenienti dalla ordinaria distribuzione dei

CONFERMATO LO STOP AI CONCIANTI, ECCO I RISULTATI DELL’INDAGINE APENET
E’ stato prorogato al 30 giugno 2012 il divieto di impiego dei concianti contenenti clothianidin, thiamethoxam, imidacloprid e fipronil. Come preannunciato da Coldiretti, il decreto ministeriale 25 ottobre 2011 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il 31 ottobre scorso. In questi giorni, il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha trasmesso a Coldirett i il rapporto relativo alla seconda annualità di attuazione del progetto di ricerca Apenet (anno 2011) che sono ora in corso di approfondimento prima che le amministrazioni competenti assumano una decisione definitiva in merito all’uso di tali concianti sospettati di provocare effetti letali per le api. Le sperimentazioni condotte sull’utilità agronomica e produttiva della concia del mais non hanno evidenziato differenze significative tra sementi trattate e controllo effettuato tramite il semplice impiego di fungicidi. In particolare, i rilievi delle popolazioni larvali monitorati con le trappole a feromoni per elateridi, ha evidenziato che l’attacco grave di fitofagi ipogei su mais in grado di influire sulla produzione è un evento raro. Gli investimenti sono stati buoni e gli attacchi inferiori o di poco superiori all’1% delle piante includendo anche quelle con sintomi facilmente reversibili. I risultati del monitoraggio con trappole ai feromoni per elateridi e diabrotica ottenuti nelle regioni Lombardia, Piemonte e Veneto indicano una notevole variabilità per quanto riguarda le catture delle diverse specie di adulti. Si desume pertanto che è possibile applicare una lotta integrata differenziando le aree a seconda dei livello di rischio. I dati evidenziano che la mortalità invernale 2010/11 è del 22,48% un dato pressoché simile a quello dell’annata precedente. Per quanto concerne le segnalazioni nella primavera 2010 nessun caso ha riguardato aree maidicole. In nessuna delle stazioni di monitoraggio si sono verificati fenomeni rilevanti. Le modifiche messe a punto sulle seminatrici (filtri antipolline) sono in grado di aumentare in modo significativo la capacità di abbattimento delle polveri mostrata dai semplici deflettori. I dati mostrano che nella migliore delle ipotesi si è passati da percentuali di abbattimento delle deposizioni a terra intorno al 50% osservate per i deflettori, al 76% per clothiadin, all’89,5% per thiamethoxan, al 90% per imidacloprid e al 95,2% per il fipronil. Tuttavia, una parte della frazione più sottile della polvere sfugge ai filtri impiegati: osservando l’andamento delle concentrazioni in funzione della distanza essa tende a persistere nell’aria ed è in grado di giungere a distanze notevoli. Per quanto riguarda l’effetto sulle api delle polveri emesse dalla seminatrice dotata di filtri, le prove effettuate utilizzando api chiuse in gabbiette a rete, portate a sorvolare la seminatrice, mostrano ancora elevate percentuali di mortalità variabili dal 30 al 60% a seconda dell’altezza di volo. Tali valori sono significativamente superiori a quelli del controllo (mortalità del 15%) ma nettamente inferiori a quelli delle api che sorvolano la seminatrice con deflettori ma priva di filtri (mortalità dell’85%). I risultati ottenuti dalle prove di sub letalità evidenziano quanto già emerso dai monitoraggi 2009 e 2010: le quantità di principio attivo sperimentate, sebbene al di sotto della soglia di tossicità acuta per le api, sono in grado di provocare, sulla base dei primi risultati di laboratorio, un danno ai processi d’apprendimento e memoria delle api adulte. Infine, studiando le interazioni sinergiche tra agenti di stress e collasso delle colonie d’api emerge che il clothianidin è in grado di promuovere la proliferazione del virus delle ali deformi comunemente presente nelle api in condizioni di infezione latente con ovvie conseguenze negative sulla sopravvivenza. Dai considerando riportati nel decreto si desume molto chiaramente che l’ulteriore proroga concessa in via precauzionale con l’attuale provvedimento è esclusivamente dovuta all’esigenza di consentire un esame molto approfondito dei dati complessi emersi dal progetto di ricerca ed alla necessità di avere un confronto con le Regioni e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), prima di assumere una decisione definitiva se vietare del tutto l’uso delle sostanze sopra indicate o se prevedere una serie di misure tecnico agronomiche dirette a limitare il più possibile l’emissione di polveri nell’ambiente.

IL PROCLORAZ TORNA A POTER ESSERE IMPIEGATO COME FUNGICIDA E CONCIANTE
E’ stata accolta dalla Commissione Europea la richiesta avanzata da Coldiretti al Ministero della Salute di inclusione del Procloraz nell’Allegato I della Direttiva 91/414/Cee, che torna, pertanto, ad essere immesso in commercio come fungicida e conciante. La Commissione ha accettato di modificare il testo proposto del provvedimento che inizialmente prevedeva la restrizione al solo uso sui cereali di questa sostanza attiva. Il regolamento che è stato votato e che sarà, quindi, adottato prevede, nella parte A dell’allegato, l’uso come fungicida – quindi non limitato esclusivamente ai cereali, ma anche quello importante per la concia delle sementi - con la sola limitazione, per gli usi in pieno campo, sulla dose di applicazione che non dovrà superare i 450g/ha per applicazione. Tale dose, almeno a detta dei titolari di registrazioni in Italia, è in linea con le pratiche agricole autorizzate nel nostro Paese per questa sostanza attiva. Diversi studi scientifici evidenziano, infatti, la notevole efficacia di tale sostanza, per le colture florovivaistiche e, in particolare come conciante, per i cereali. Con particolare riferimento a quest’ultima coltura, non sono disponibili in commercio molti prodotti con le medesime caratteristiche, soprattutto, nel caso dei cereali autunno-vernini, per i quali è difficile prevedere interventi fungicidi sulla coltura e, anche qualora questi siano possibili, spesso non sono economicamente sostenibili. La pratica della concia delle sementi è, infatti, per i cereali, in molti casi risolutiva per contrastare patologie recrudescenti che si manifestano all'inizio del ciclo di sviluppo della pianta. Inoltre, è uno dei pochi prodotti impiegabili in floricoltura, altro comparto in cui non vi è grande disponibilità di prodotti fitosanitari registrati. Il prodotto, per le sue caratteristiche e per lo spettro d'azione molto ampio, ha un impatto limitato sull'ambiente, in quanto l'utilizzo come conciante ne riduce le problematiche di tossicità vista anche la sua scarsa volatilità. Coldiretti quindi esprime soddisfazione a nome delle imprese agricole del settore cerealicolo e del florovivavismo, rispetto all’esito positivo del procedimento di revisione di tale sostanza discussa, presso lo Standing Committee on the Food Chain and Animal Health (Scfcah) che raggruppa gli esperti dei 27 Paesi dell’Unione Europea. La mancata inclusione del Procloraz, nell’allegato I della dir. 91/414/Cee, avrebbe infatti determinato un impatto negativo rispetto a due colture molto importanti per l’agricoltura italiana.

RIFIUTI, NIENTE ALBO PER I TRASPORTI OCCASIONALI
Sono obbligati a iscriversi all’Albo nazionale solo i trasportatori professionali di rifiuti, vale a dire coloro che effettuano attività di trasporto in maniera ordinaria e regolare. E’ quanto chiarisce il Comitato Nazionale dell’Albo gestori ambientali, istituito ai sensi dell’articolo 212 del codice ambientale, in risposta ad un quesito formulato da COLDIRETTI. In particolare, la direttiva comunitaria quadro in materia di rifiuti (dir.2008/98/CE), analogamente alla previgente disciplina, prevede che debbano essere iscritte in un apposito elenco le imprese che effettuano attività di trasporto di rifiuti, a titolo professionale. L’articolo 212, comma 8 del decreto legislativo n.152/06, applicabile alla fattispecie del trasporto in conto proprio, quindi, dispone che devono iscriversi all’Albo nazionale (con una procedura semplificata) i produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti ed i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto di trenta chilogrammi o trenta litri al giorno dei propri rifiuti pericolosi, a condizione che tali operazioni costituiscano parte integrante ed accessoria dell'organizzazione dell'impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti. La mancata chiarezza della norma nazionale circa la differenza tra i trasporti in conto proprio effettati a titolo professionale (ed obbligati all’iscrizione) rispetto ai trasporti non professionali (non obbligati all’iscrizione) ha causato discordanti interpretazioni e prassi applicative sul territorio con molteplici complicazioni per le imprese agricole costrette, in alcuni casi, ad iscriversi all’Albo anche per ipotesi di movimentazioni di insignificanti quantitativi di rifiuti effettuate in maniera saltuaria ed occasionale. Per tali ragioni, quindi, COLDIRETTI ha inoltrato all’Albo nazionale una richiesta di chiarimenti sulla nozione di trasporto professionale e sull’interpretazione della norma. Il Comitato nazionale dell’Albo, con il parere prot.1218/ALBO/PRES del 13 ottobre 2011, ha definitivamente risolto la questione, ritenendo che l’obbligo di iscrizione sia limitato ai trasporti effettuati a titolo professionale, che, sulla base di quanto chiarito dalla Corte di giustizia, sono soltanto quelli effettuati in via ordinaria e regolare e, quindi, con sistematicità e continuità. Sulla base di tale interpretazione, assolutamente conforme al dettato europeo, non sono tenute ad iscriversi all’ALBO le imprese agricole che trasportano occasionalmente e saltuariamente i propri rifiuti nell’ambito di circuiti organizzati di raccolta. In merito alla nozione di trasporto ordinario e regolare, che non risulta espressamente definito, deve ritenersi che, come parametro di riferimento, possa essere sicuramente considerato l’articolo 193 del decreto legislativo n.152/06 che, nella nuova formulazione, individuando alcune categorie di soggetti esonerati dall’obbligo di compilazione del formulario di trasporto, definisce come saltuario ed occasionale il trasporto di rifiuti effettuati direttamente dal produttore per quantitativi inferiori ai 30 kg o 30 litri al giorno, per un massimo di quattro trasporti l’anno e, comunque, entro i 100 Kg l’anno.

Eurobocciatura per la riforma Pac - 28/10/2011



Coro di critiche dei ministri agricoli al progetto della Commissione: troppo ambiente, poco prodotto. Un’accoglienza peggiore non si poteva immaginare. Prima a Bruxelles, di fronte all’Europarlamento, poi in Italia con le reazioni delle associazioni agricole e ancora a Lussemburgo dove la scorsa settimana è stato il turno dei 27 ministri agricoli Ue. Le proposte della Commissione di riforma della Pac per il periodo 2014-2020 ricevono insomma, per ora, una bocciatura quasi unanime. Per l’Italia, secondo il ministro delle Politiche agricole, Saverio Romano, la priorità sarà riuscire a fare fronte comune per negoziare quella che rischia di diventare una delle più difficili e complesse riforme della Pac». Ma le critiche alla riforma sono arrivate dalla stragrande maggioranza dei partner europei. Il primo confronto ministeriale ha fatto registrare una vera e propria levata di scudi contro il progetto di riforma del commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos. Dal Regno Unito a Malta, passando per Francia e Germania. Così, nonostante la strenua difesa di Ciolos, Germania e Regno Unito hanno contestato pesantemente (come da copione) l’ipotesi di fissare un tetto (a quota 300mila euro, accompagnato da un prelievo progressivo sugli importi a partire da 150mila euro) ai pagamenti diretti. Sul greening, oltre a quelle dell’Italia e degli altri partner, le critiche più pesanti sono arrivate dalla Francia, che non vuole subordinare il 30% degli aiuti Pac al rispetto delle regole sulla diversificazione produttiva immaginate dalla Commissione. Ma il ministro francese, venendo in questo incontro alle posizioni italiane, si è detto contrario anche al criterio di distribuzione degli aiuti tra Stati membri basato unicamente sulla superficie agricola. Sul punto spicca l’intervento del ministro spagnolo che prima ancora ha dichiarato «guerra» all’armonizzazione degli aiuti (la regionalizzazione) all’interno dello stesso Stato membro. Ma da registrare c’è soprattutto l’ostilità al nuovo indirizzo ambientalista della Pac (e in particolare alla misura che prevede di destinare il 7% dei terreni agricoli alla realizzazione di siepi o ad altri interventi di interesse paesaggistico) da parte di diverse delegazioni (tra cui Repubblica Ceca, Regno Unito, Slovacchia e anche il piccolo Lussemburgo) che hanno puntato l’indice sulle contraddizioni tra le misure ambientali e la necessità di garantire maggiore competitività e soprattutto di soddisfare una domanda mondiale crescente e garantire la sicurezza alimentare globale nei prossimi anni. Gli unici apprezzamenti hanno riguardato il capitolo degli «agricoltori attivi» e l’aumento dei pagamenti a favore dei giovani agricoltori. La maggior parte dei ministri si è detta favorevole a limitare i pagamenti agli agricoltori attivi, anche se la definizione, così come espressa nella proposta della Commissione, non è soddisfacente in particolare per Spagna e Slovenia (che chiedono più coraggio a Bruxelles), mentre la Finlandia preferirebbe ancora maggiore flessibilità, con la possibilità di definizione della platea dei beneficiari da parte dei singoli Stati membri. Molti anche i ministri che hanno appoggiato le misure a favore dei giovani agricoltori, con Spagna e Romania che hanno proposto l’aumento del 2% delle dotazioni nazionali destinate agli under 40, mentre la Svezia ha sottolineato che le maggiorazioni dei pagamenti per i giovani dovrebbero essere applicate su base volontaria dagli Stati membri

2014-2020, prove di nuova Pac



Il percorso della nuova Pac 2014-2020 prosegue a tappe serrate; il 12 ottobre prossimo uscianno le proposte legislative sulla nuova Pac. Un documento molto importante perché chiarirà le intenzioni della Commissione su aspetti tecnici rilevanti: i nuovi pagamenti diretti, l’assegnazione dei titoli, la definizione di agricoltore attivo, il massimale dei pagamenti diretti, le misure dimercato, il nuovo regolamento sullo sviluppo rurale. Su questo documento già trapelano le prime anticipazioni, che fanno comprendere i contenuti tecnici più significativi della nuova Pac. Di seguito, illustreremo le principali novità, tenendo conto che si tratta di informazioni non ufficiali, che saranno pubblicate il 12 ottobre 2011

PAGAMENTI DIRETTI
Le prime anticipazioni sulle proposte legislative confermano le ipotesi già formulate dalla Commissione a novembre 2010 e dal Parlamento europeo a giugno 2011; il sostegno agli agricoltori sarà basato su un sistema di quattro tipologie di pagamenti diretti (tab. 1):
– pagamento di base;
– pagamento ecologico (greening);
– pagamento alle aree svantaggiate;
– pagamento accoppiato.
Attraverso l’erogazione dei pagamenti diretti in quattro componenti, la Commissione intende perseguire l’obiettivo di un sostegno piùmirato ed, inoltre, ripartito in modo più equo tra gli agricoltori.

PAGAMENTO DI BASE
La prima componente dei pagamenti diretti persegue l’obiettivo di sostenere il reddito di base con un pagamento diretto disaccoppiato di base che garantisca un livello uniforme di sostegno obbligatorio a tutti gli agricoltori di uno Statomembro (o una regione).
I titoli all’aiuto saranno assegnati in seguito alla presentazione della domanda da parte degli agricoltori che dovrà essere effettuata entro il 15 maggio 2014. Riceveranno i titoli gli agricoltori che soddisfano i requisiti di agricoltore attivo (il concetto di agricoltore attivo non è stato ancora definito); il numero dei titoli all’aiuto corrisponde al numero di ettari eleggibili.
Per ogni anno, il valore unitario dei titoli all’aiuto sarà calcolato dividendo il massimale nazionale o regionale per il numero di titoli all’aiuto fissati a livello nazionale o regionale.
In base a questo principio generale, i titoli saranno uniformi per tutti gli agricoltori, ma è prevista una deroga a discrezione degli Stati membri, i quali potranno adottare un periodo transitorio per passare dall’attuale sistema di titoli storici ai titoli uniformi. Il periodo transitorio durerà dal 2014 al 2018; entro il 1° gennaio 2019, tutti i titoli all’aiuto in uno Stato membro o nella regione interessata dovranno avere un valore unitario uniforme.
Tenendo conto della riduzione del budget agricolo e del parziale trasferimento di risorse ai Paesi dell’Est europeo, si può stimare che, a regimenel 2019, il nuovo sostegno medio del pagamento di base possa attestarsi sui 150180 €/ ha. Il meccanismo di avvicinamento dai titoli storici ai titoli uniformi avverrà secondo questamodalità:
– dal 2014, tutti gli agricoltori riceveranno nuovi titoli uniformi su tutta la superficie ammissibile;
– questa assegnazione riguarderà solo una percentuale (esempio il 50%) del massimale nazionale o regionale;
– l’altra parte del massimale sarà usata per aumentare il valore dei titoli, solo per gli agricoltori in possesso di titoli storici al 31.12.2013, inclusi i titoli speciali.
In altre parole, il valore dei titoli dal 2014 al 2018 sarà un mix composto dal valore dei nuovi titoli uniformi e dal valore dei titoli storici.

MASSIMALI NAZIONALI O REGIONALI?
Gli Stati membri possono applicare il regime di pagamento di base a livello nazionale o regionale.
Un solo massimale nazionale significa un’uniformazione dei titoli a livello nazionale, con una forte ridistribuzione dalle regioni con pagamenti diretti per ettaro più elevati (Lombardia, Veneto, Puglia, Calabria) a regioni con pagamenti diretti più bassi della media nazionale (Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Basilicata).
I massimali regionali impediscono invece tale spostamento tra regioni.
Il massimale nazionale verrà suddiviso tra le regioni secondo criteri obiettivi e non discriminatori, tenendo conto della loro struttura amministrativa o istituzionale e del potenziale agricolo regionale. In altre parole, il massimale può essere suddiviso anche tra le regioni amministrative. Inoltre, gli Stati membri possono modificare i massimali regionali in tappe progressive annuali.

COMPONENTE ECOLOGICA
La nuova Pac intende rafforzare la sua efficacia ambientale grazie a una componente ecologica dei pagamenti diretti (greening). Gli agricoltori che percepiscono il pagamento di base e che rispettano una serie di pratiche, che vanno oltre la condizionalità, avranno diritto a un pagamento addizionale.
Tali pratiche, a beneficio del clima e dell’ambiente, sono le seguenti:
a) diversificazione delle colture: se le superfici a seminativo superano i 3 ettari, dovranno essere previste tre tipi di colture, che devono interessare almeno il 5% e non superare il 70% della superficie a seminativo. Possono essere stabilite deroghe per l’applicazione dei limiti sopra riportati in caso di prati temporanei, riso e terreni a riposo;
b) mantenimento dei prati e pascoli permanenti: gli agricoltori dovranno mantenere le superfici adibite a prati e pascoli permanenti;
c) aree ecologiche: gli agricoltori dovranno dedicare almeno il 5% della loro superficie agricola a scopi ecologici (escluse le aree usate per i prati permanenti). Possono essere considerati tali i terreni a riposo, le terrazze, il mantenimento del paesaggio, le fasce tampone, e le pratiche agricole in rispetto delle direttive relative alla protezione acque da nitrati, all’uso sostenibile pesticidi, alla politica delle acque, alla conservazione degli habitat naturali e flora e fauna selvatica, e alla conservazione degli uccelli selvatici.
Gli agricoltori, la cui azienda ricade totalmente o parzialmente nelle aree Natura 2000, hanno diritto a percepire la componente ecologica dei pagamenti, se rispettano le pratiche previste dalle direttive Natura 2000.
Gli agricoltori biologici avranno automaticamente diritto a percepire la componente ecologica dei pagamenti. Tale pagamento avrà la forma di pagamento annuale per ettaro ammissibile, calcolato dividendo l’importo, risultante dall’applicazione del 30% del massimale nazionale annuale, per il numero di ettari ammissibili (tab. 2).
Tenuto conto del budget disponibile, si può stimare che il pagamento ecologico possa attestarsi su 80100 €/ha.

ALLE AREE SVANTAGGIATE
Gli Stati membri dovranno concedere un pagamento addizionale agli agricoltori, che percepiscono il pagamento di base, la cui azienda sia ubicata, in parte o totalmente, nelle aree soggette a svantaggi naturali come stabilite dal nuovo regolamento sullo sviluppo rurale. Gli Stati membri finanzieranno tale pagamento utilizzando il 5% del massimale nazionale annuale (tab. 2).

PAGAMENTI ACCOPPIATI
Gli Stati membri possono concedere aiuti accoppiati a favore degli agricoltori in settori o in regioni dove particolari tipi di agricoltura sono in difficoltà e hanno una particolare importanza per ragioni economiche e/o sociali, a condizione che l’aiuto serva permantenere il livello attuale di produzione nelle regioni interessate.
I settori produttivi ammissibili sono: frumento duro, colture proteiche, riso, nocciole, colture energetiche, patate da fecola, latte e prodotti lattiero caseari, sementi, colture arabili, carni ovicaprine, carni bovine, leguminose da granella, olive da olio, baco da seta, luppolo, barbabietola da zucchero, canna da zucchero, cicoria e ortofrutta.
Per attivare l’aiuto accoppiato volontario, gli Stati possono utilizzare dal 5 al 10% del loro massimale nazionale, con possibilità di deroga di utilizzo oltre il 10% in casi debitamente giustificati.

TETTI AZIENDALI (CAPPING)
Il tema di un tetto ai pagamenti diretti per le grandi aziende agricole èmolto dibattuto in sede comunitaria. Finora la maggioranza degli Stati si è schierata contro, ma la Commissione non demorde.
Secondo le prime anticipazioni, gli importi dei pagamenti diretti concessi agli agricoltori verranno ridotti delle seguenti percentuali:
– 20% per importi superiori a 150.000 e fino a 200.000 €;
– 40% per importi superiori a 200.000 e fino a 250.000 €;
– 70% per importi superiori a 250.000 e fino a 300.000 €;
– 100% per importi superiori a 300.000 €.
Per stimolare l’applicazione di pratiche rispettose dell’ambiente, gli importi relativi alla componente ecologicanonverranno contabilizzati ai fini del capping. La riduzione dovrà considerare l’intensità del lavoro dipendente e, pertanto, i tetti aziendali saranno calcolati sottraendo dall’importo totale dei pagamenti diretti inizialmente dovuti all’agricoltore (esclusa la componente ecologica), gli importi dei salari pagati e dichiarati dagli agricoltori per l’anno precedente, inclusi i contributi sociali e le tasse relative al lavoro.
Al fine di evitare la creazione di condizioni artificiali per sottrarsi l’applicazione del capping, gli Stati membri dovranno assicurare che nessun pagamento sia effettuato agli agricoltori in caso di:
– suddivisione abusiva dell’azienda o della società;
– trasferimento artificiale parziale di parte dell’azienda ad altre persone.


Riforma PAC: Foraggi essiccati, dal 2012 disidratatori senza premio

Scatta il disaccoppiamento dell’aiuto alla trasformazione. L’impatto sugli affitti



Dal 2012 è prevista la soppressione e il disaccoppiamento di tutti i pagamenti accoppiati, compreso l’aiuto alla trasformazione dei foraggi essiccati. come stabilito dalla riforma dell’Health-check.
Fino al 2011, infatti, questo settore ha beneficiato di un aiuto di 33 euro/t, erogato ai trasformatori in base alla quantità di foraggi essiccati venduti. Dal 2012 con il disaccoppiamento, i disidratatori non riceveranno più alcun premio e gli importi saranno erogati direttamente agli agricoltori; questo cambiamento porterà ad un aumento dei titoli per gli agricoltori.
Contestualmente, la soppressione dell’aiuto alla trasformazione porterà una serie conseguenze importanti per l’industria di trasformazione, un settore di dimensioni economiche importanti soprattutto in alcune regioni: Marche, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto (vedi box).

IL DISACCOPPIAMENTO
A partire dal 1° gennaio 2012, lo stanziamento annuo disponibile per l’aiuto alla trasformazione dei foraggi essiccati (22,605 milioni di euro per l’Italia), finora erogato ai trasformatori, sarà integrato nel regime di pagamento unico e sarà erogato direttamente agli agricoltori.
I beneficiari saranno coloro che hanno consegnato i foraggi nell’ambito di un contratto con l’industria di trasformazione, e avranno diritto a un importo che aumenterà il valore dei loro titoli.
Per tale scopo, gli agricoltori, gli operatori dei Caa, Agea e gli Organismi pagatori regionali dovranno eseguire nei prossimi mesi una serie di procedure amministrative per la ricognizione dei beneficiari e l’assegnazione dei relativi importi; il procedimento amministrativo è piuttosto complesso e lungo, attuato attraverso tutte le procedure già sperimentate in occasione dell’implementazione del disaccoppiamento della riforma Fischler.

IL CALCOLO DELL’IMPORTO
I beneficiari sono i produttori di foraggi che hanno consegnato foraggi per la trasformazione nell’ambito di un contratto di fornitura o di una dichiarazione di consegna ad un impianto di trasformazione per almeno un’annualità nel periodo di riferimento 2005-2008 (tab. 1).
Per ogni azienda verrà calcolato un importo da disaccoppiare sulla base dell’aiuto di 33,00 €/t, moltiplicato per la media delle quantità di prodotto consegnato alle imprese trasformatrici nel periodo di riferimento 2005-2008 (4 annualità).
Nel quadriennio di riferimento, non si possono invocare le circostanze eccezionali, com’era invece avvenuto nelle precedenti procedure di disaccoppiamento (seminativi, olio di oliva, ecc.). L’unica possibilità di avere una media diversa sui quattro anni è concessa ai nuovi agricoltori, che si sono insediati nel periodo di riferimento.

IL CALCOLO DEI TITOLI
Il calcolo dei titoli prevede due casi:
– agricoltore che ha titoli in portafoglio: l’importo da disaccoppiare verrà sommato ai titoli in portafoglio di ogni singolo agricoltore; in altre parole, aumenta il valore dei titoli già in possesso dell’agricoltore, ma non il numero dei titoli;
– agricoltore che non ha titoli in portafoglio: vengono assegnati nuovi titoli pari alla media degli ettari dichiarati nei contratti o nelle dichiarazioni di consegna nel periodo di riferimento 2005-2008.
I suddetti conteggi saranno effettuati da Agea che invierà a ogni agricoltore l’importo di riferimento, il numero di ettari eligibili all’aiuto e il valore dei titoli all’aiuto.
Per la fissazione dei titoli, il beneficiario dev’essere un agricoltore con un dimensione minima dell’azienda di 0,3 ha.

IL TITOLARE DELL’AIUTO DISACCOPPIATO
È bene evidenziare che l’aiuto disaccoppiato sarà percepito dall’agricoltore titolare, negli anni di riferimento, del contratto di fornitura di foraggi a un impianto di trasformazione; questa puntualizzazione non è banale. Infatti in molti casi, gli agricoltori non hanno stipulato un contratto di fornitura di foraggi, ma hanno affittato direttamente il terreno al trasformatore. In questo caso, l’aiuto disaccoppiato spetta al trasformatore (che nella circostanza in questione ha svolto anche la funzione dell’agricoltore).
Molti trasformatori “aziende agricole” si troveranno nella condizione di essere possessori di un elevato numero di titoli, per effetto della consuetudine diffusa di prendere in affitto i terreni dove veniva coltivato il foraggio, per lo più l’erba medica, da destinare alla disidratazione.

LA RICOGNIZIONE
Com’è avvenuto per il disaccoppiamento degli altri sostegni (seminativi, olio di oliva, ecc.), il processo di attribuzione agli agricoltori degli importi dell’aiuto alla trasformazione dei foraggi essiccati avviene attraverso una serie di fasi procedurali: ricognizione dei beneficiari, determinazione dei titoli provvisori, fissazione provvisoria dei titoli, fissazione definitiva dei titoli.
La ricognizione consiste nell’invio di una comunicazione agli agricoltori da parte di Agea e/o gli Organismi pagatori regionali, entro il 31 marzo 2012. Tale comunicazione riporta i seguenti dati di riferimento: superficie e quantitativi di foraggi essiccati consegnati e trasformati nel periodo di riferimento 2005-2008, numero e valore dei titoli provvisori.
Gli agricoltori replicheranno alla lettera di Agea con due possibili risposte:
– la conferma dei dati;
– la comunicazione di eventi modificativi del beneficiario: successione, cambio di denominazione, fusioni, scissioni.

LA FISSAZIONE DEI TITOLI
I titoli provvisori dovranno essere “fissati”, prima di essere utilizzati. Per questo scopo l’agricoltore, entro il 15 maggio 2012, dovrà presentare ad Agea o agli organismi pagatori regionali una domanda di fissazione definitiva dei titoli, congiuntamente alla Domanda Unica.
I titoli fissati il 15 maggio 2012 sono provvisori; infatti l’importo di riferimento e il valore dei titoli potrà ridursi per rientrare nel massimale di spesa nazionale (22,605 milioni di euro).
I titoli definitivi saranno calcolati da Agea soltanto dopo la presentazione e la verifica di tutte le domande di fissazione che perverranno agli Organismi Pagatori entro il 15 maggio 2012.
Dopo tali calcoli, gli agricoltori riceveranno, entro il 1° aprile 2013, un’ultima comunicazione di Agea con i titoli definitivi.

QUALI EFFETTI?
La riforma produrrà degli effetti rilevanti sia sull’agricoltura che sulle imprese di trasformazione.
Dal punto di vista agricolo, la riforma ha un impatto sul mercato degli affitti dei terreni; infatti, attualmente, nelle zone tradizionalmente vocate alla coltivazione dell’erba medica, i trasformatori sono in grado di pagare affitti elevati. A seguito della soppressione dell’aiuto alla trasformazione di foraggi disidratati, i trasformatori non potranno più pagare affitti così elevati; ci sarà quindi un riequilibrio dei canoni di affitto.
La riforma produrrà una riorganizzazione delle strutture produttive per adeguarsi alla nuova realtà e consolidare gli attuali equilibri economici. La maggior competitività sarà lo stimolo per i trasformatori che, possedendo macchinari efficienti e moderni ed una solida situazione patrimoniale, potranno continuare a operare su un mercato che li vede presenti da oltre quarant’anni.
Le imprese di trasformazione che manterranno elevato lo standard produttivo e nutrizionale (salubrità, tracciabilità, omogeneità e contenuti), parallelamente al contenimento dei costi di trasformazione, saranno in grado e di fornire ai clienti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi.
Le imprese italiane di trasformazione con una forte vocazione all’esportazione stanno, inoltre, cogliendo le opportunità della domanda estera di foraggi essiccati che sta trainando il settore. La competitività, basata sulla qualità, sull’innovazione e sulla riduzione dei costi di produzione, costituirà l’unico fattore di successo per il futuro delle imprese di trasformazione, con possibile ricaduta positiva sul comparto agricolo della produzione di foraggi.


Riforma PAC - L’Italia insiste: aiuti basati sulla Plv

Audizione del ministro e delle associazioni agricole alla Camera in vista delle proposte Ue



Tappa al Parlamento italiano per la riforma della Politica agricola comune post 2013.
La scorsa settimana, in vista della presentazione delle proposte della Commissione europea in agenda il 12 ottobre, si sono svolte nel giro di due giorni le audizioni delle associazioni di settore e del ministro delle Politiche agricole, Saverio Romano, presso la commissione Bilancio e Tesoro e quella per le Politiche comunitarie.
Il ministro ha espresso un cauto ottimismo sull’efficacia del pressing effettuato su Bruxelles nelle scorse settimane per rivedere i criteri di ripartizione del futuro budget agricolo, prendendo in considerazione la produzione lorda vendibile e il valore aggiunto accanto al tanto temuto criterio della superficie agricola che farebbe perdere all’Italia una fetta importante delle risorse attuali, pari a circa 6 miliardi di euro annui tra aiuti diretti e sviluppo rurale. «Dal commissario all’Agricoltura Ue, Dacian Ciolos, mi è giunta un’apertura – ha spiegato Romano – per un possibile ricalcolo di quel parametro della superficie agricola che, secondo la bozza della Pac, penalizzerebbe il valore aggiunto dell’agricoltura italiana andando a premiare la semplice estensione delle aziende ». Il ministro ha anche ricordato le stime effettuate dal Mipaaf secondo le quali, sulla base delle attuali proposte sul bilancio comunitario e con i criteri di riparto dei fondi immaginati da Bruxelles, dal 2013 partirebbe una progressiva diminuzione degli aiuti per i produttori italiani che nel 2020, con il bilancio a regime, raggiungerebbe quasi il 18% (12,6% a titolo di riduzione generale e 5,6% per l’effetto redistribuzione).
Per questo il ministro nel corso dell’audizione ha sottolineato con forza di essere impegnato in «un’opera di concertazione e sensibilizzazione sulle necessità dell’agricoltura italiana che culmineranno il 13 novembre con gli Stati generali dell’agricoltura a Cremona ».
Sul piano delle alleanze europee, Romano ha però messo le mani avanti, precisando che «bisogna capire quale sarà la proposta reale della Pac, ma intanto mi sono attivato con bilaterali già svolte e altre in programma, tra cui Francia e Olanda». Il ministro ha poi tenuto a sottolineare che «la partita della nuova Pac non è assolutamente persa, il negoziato è agli inizi e sto appunto lavorando per modificare quei dati poco simpatici per l’Italia che al momento emergono dalle bozze di regolamento sulla nuova Politica agricola comune ».
Sul tema è intervenuto anche il presidente della commissione Agricoltura della Camera dei deputati, Paolo Russo, in occasione della riunione dei presidenti delle commissioni competenti per l’agricoltura degli Stati dell’Unione europea che si è svolta a Varsavia la scorsa settimana. «La Politica agricola comune rappresenta uno strumento indispensabile per garantire ai cittadini d’Europa quantità di cibo adeguate e soprattutto qualità, tracciata e certificata », ha detto Russo che ha contestato il possibile riferimento alla superficie agricola come parametro per la ripartizione del futuro budget agricolo Ue: «La Pac deve essere strumento di valorizzazione delle peculiarità regionali e occasione di tutela per i consumatori. La riduzione a cifra invariata dello stanziamento rappresenta una criticità che non può che alimentare desuete politiche che valorizzino le dimensioni delle aree coltivate e non l’ingegno delle aziende agricole, le quantità dei prodotti, la specificità delle produzioni e il loro valore complessivo. Dovremo difendere le diversità evitando omologazioni e massificazioni per ettaro che rendono non tutti eguali, ma, peggio, tutto uguale – ha sottolineato Russo –. Un’agricoltura moderna è quella in grado di tutelare l’ambiente, rispettare i luoghi, valorizzare le tradizioni, consentire utile d’impresa, produrre alimenti e cibo in condizione di sicurezza e a costo contenuto. Per far questo – ha concluso il presidente della commissione Agricoltura della Camera – la Pac dovrà garantire una competizione verso l’alto delle aziende agricole evitando di farle adagiare nella comoda valutazione per ettaro ».
Intanto a Bruxelles si lavora sui testi delle proposte ufficiali che il prossimo 12 ottobre saranno presentate di fronte all’Europarlamento dalla Commissione europea. Solo a quel punto, con le tabelle dei nuovi massimali finanziari per paese scritte nero su bianco, si comincerà a fare sul serio


Pac più “selettiva” tra soglie, agricoltori attivi e tetti massimi

Ma solo un numero limitato di aziende sarà in realtà escluso



Nella comunicazione del 18 novembre 2011, la Commissione europea aveva annunciato una Pac più selettiva, allo scopo di erogare un sostegno più equo. Le anticipazioni della Pac 2014-2020 confermano l’obiettivo della Commissione di selezionare la platea dei beneficiari, attraverso tre strumenti:
– agricoltori attivi: i pagamenti diretti saranno destinati ai soli agricoltori in attività;
– soglie minime: eliminare i piccoli pagamenti per ridurre gli oneri burocratici della Pac;
– tetti aziendali (capping): per limitare l’erogazione ai grandi beneficiari della Pac.
Le versioni provvisorie in circolazione delle proposte di regolamento, che saranno presentate il 12 ottobre 2011, consentono di conoscere i dettagli di questi tre strumenti e già sono esplose accese polemiche.
Infatti tutte le proposte che tendono ad escludere qualcuno dai benefici della Pac, anche se con ampie motivazioni, innescano forti polemiche che portano spesso a mantenere lo status quo.
Di seguito, illustreremo i principali contenuti tecnici delle proposte di regolamento in merito a questi tre strumenti (agricoltori attivi, soglie minime, capping) per comprendere i loro effetti applicativi nella Pac 2014-2020.

AGRICOLTORE ATTIVO
Dal 2014, l’erogazione dei pagamenti diretti sarà limitata agli agricoltori che soddisfano i requisiti di “agricoltore attivo”.
Di conseguenza sono esclusi dal sostegno della Pac gli “agricoltori non attivi”. Secondo la proposta di regolamento, gli agricoltori non attivi sono: persone fisiche o giuridiche, o di gruppi di persone fisiche o giuridiche, il cui reddito annuale da attività agricola non supera il 5% dei redditi totali ottenuti da tutte le attività economiche, escluse le sovvenzioni della Pac.
Questa norma non si applica agli agricoltori che hanno ricevuto meno di 5.000 euro di pagamenti diretti nell’anno precedente. Quindi, tutti gli agricoltori che ricevono meno di 5.000 euro di pagamenti diretti sono automaticamente agricoltori attivi.

POCHISSIMI ESCLUSI
In base a queste norme chi saranno gli agricoltori esclusi dalla Pac? Veramente pochi.
Tutte le società agricole rientrano nella definizione di agricoltore attivo.
Si potrebbe pensare che sono esclusi gli agricoltori parttime o pensionati.Mala deroga fino a 5.000 euro consente alla maggior parte degli agricoltori di rientrare nella definizione di agricoltore attivo.
Per verificare qualche esclusione bisogna andare ai beneficiari di oltre 5.000 euro di pagamenti diretti e che svolgono l’attività agricola in modo del tutto secondario, cioè che percepiscono redditi dall’attività agricola inferiori al 5% dei redditi totali ottenuti da tutte le attività economiche.
Qualche caso di esclusione potrebbe riguardare gli agricoltori con aziende di mediograndi dimensioni (superiori 15-20 ettari), che svolgono l’attività agricola in qualità di part-time. In tale caso, l’agricoltore potrebbe avere un reddito dominicale e agrario inferiore al 5% dei redditi totali.
Questo caso riguarda soprattutto gli agricoltori parttime che percepiscono alti redditi da altre attività economiche (professionisti, imprenditori, ecc.). Ma anche in questo caso, l’agricoltore potrebbe rimediare costituendo una società agricola.
Gli unici beneficiari sicuramente esclusi sono gli enti non agricoli come scuole, aeroporti, campeggi, circoli sportivi e ferrovie. Tali enti dispongono di superfici ammissibili e sono diventati beneficiari della Pac, soprattutto nei paesi del Nord Europa che hanno adottato la regionalizzazione dal 2005.

ACCESO DIBATTITO
L’accusa di concedere i pagamenti diretti della Pac a beneficiari non agricoli era stata evidenziata dalla Corte dei Conti europea in una recente relazione speciale, che stimava oltre 150mila ettari senza alcun legame con l’agricoltura, ma con premi Pac fino a un milione di euro.
Oltre ai casi più eclatanti, come gli aeroporti o i centri sportivi, questa definizione di agricoltore attivo è molto poco selettiva e permette a quasi tutta la platea degli attuali beneficiari della Pac di rimanere nel sistema dei pagamenti diretti.
Si ipotizzava di escludere gli agricoltori non professionali e gli assenteisti che vivono di rendita. Invece, non saranno esclusi gli agricoltori non professionali, cioè coloro che vivono prevalentemente di altri redditi, né saranno esclusi gli agricoltori che – pur rispettando la condizionalità – hanno disattivato (abbandonato) la coltivazione dei terreni.

SOGLIE MINIME
La proposta di regolamento prevede che gli Stati membri non erogano pagamenti diretti agli agricoltori in uno dei seguenti casi:
a) se l’importo totale dei pagamenti diretti richiesti non supera i 100 €;
b) se la superficie ammissibile dell’azienda per la quale si vantano pagamenti diretti è inferiore a 1 ha.
Lo scopo è quello di ridurre i costi amministrativi, nel caso di piccoli e piccolissimi beneficiari della Pac.
La proposta di regolamento introduce anche una flessibilità per gli Stati membri per tener conto della struttura delle rispettive economie agricole. A tal fine, gli Stati membri possono adattare diverse soglie entro limiti prefissati dal regolamento. Per l’Italia, tali limiti sono:
a) fino a 400 €, per l’importo totale dei pagamenti diretti richiesti;
b) 0,5 ha per la superficie ammissibile a pagamenti diretti.
Tali soglie erano già presenti nell’attuale regolamento sui pagamenti diretti (Reg. Ce 73/2009, art. 28). Quindi non ci sono sostanziali novità.
In Italia esiste già il limite di 100 €/beneficiario, previsto dal Decreto ministeriale 22 marzo 2007; quindi il nostro Paese è già in linea con il dettato della proposta. Tuttavia sarebbe possibile un eventuale innalzamento di questo limite, ad esempio a 400 €/beneficiario, che in Italia avrebbe un effetto rilevantissimo, visto che il 65% dei beneficiari della Pac percepisce meno di 400 €. Ma questa decisione spetta al nostro Paese che – quando si tratta di fare le scelte – è notoriamente meno selettivo e coraggioso di Bruxelles.

TETTI AZIENDALI (CAPPING)
Un altro tema particolarmente acceso è il tetto aziendale o massimale aziendali o capping.
La proposta di regolamento recita che gli importi dei pagamenti diretti concessi agli agricoltori verranno ridotti delle seguenti percentuali:
– 20% per importi superiori a 150.000 € e fino a 200.000 €;
– 40% per importi superiori a 200.000 € e fino a 250.000 €;
– 70% per importi superiori a 250.000 € e fino a 300.000 €;
– 100% per importi superiori a 300.000 €.
Il capping della nuova Pac è molto diverso dai tetti aziendali, che sono stati introdotti dall’Health check e che sono attualmente in vigore. Infatti, gli attuali tetti aziendali si applicano alla modulazione ovvero i beneficiari, con oltre 300.000 € dei pagamenti diretti, subiscono un taglio aggiuntivo del 4% della modulazione. Invece, nella nuova Pac nessun agricoltore potrà percepire un importo superiore e 300.000 €; tale soglia rappresenta quindi un vero tetto. Per stimolare l’applicazione di pratiche rispettose dell’ambiente, gli importi relativi alla componente ecologica (greening) non verranno contabilizzati ai fini del capping.
Il tetto aziendale sarà mitigato per le aziende che utilizzano il lavoro salariato. Infatti, la proposta di regolamento prevede che il sistema di riduzione dei pagamenti diretti dovrà considerare l’intensità del lavoro dipendente: i tetti aziendali saranno calcolati sottraendo dall’importo totale dei pagamenti diretti inizialmente dovuti all’agricoltore (esclusa la componente ecologica), gli importi dei salari effettivamente pagati e dichiarati dagli agricoltori per l’anno precedente, inclusi i contributi sociali e le tasse relative al lavoro.
Se un agricoltore beneficia, ad esempio, di 300.000 € di pagamenti diretti, ma non ha alcun salariato, subirà l’applicazione del capping. Se invece ha 7 salariati, con un costo del lavoro, ad esempio, di 175.000 €, l’agricoltore non viene colpito dal capping, in quanto l’ammontare dei pagamenti diretti (300.000 €) viene diminuito dell’importo del costo del lavoro (175.000 €) ottenendo un ammontare di 125.000 euro, che è al di sotto della prima soglia del capping.

RISCHIO DIVISIONI
Ci potrebbero essere inoltre il rischio che gli agricoltori che colpiti dal capping dividano le aziende. Al tal fine, per evitare la possibilità che si creino le condizioni artificiali per sottrarsi l’applicazione del capping, la proposta di regolamento prevede che gli Stati membri assicurino che nessun pagamento sia effettuato agli agricoltori in caso di:
– suddivisione abusiva dell’azienda o della società;
– trasferimento artificiale parziale di parte dell’azienda ad altre persone.
Il capping può apparire a prima vista molto penalizzante; in realtà solo pochissime aziende saranno colpite. Infatti le grandi aziende strutturate potranno portare in detrazione il costo del lavoro salariato, come abbiamo appena illustrato.
Inoltre il capping non si applica alla componente greening dei pagamenti diretti. Nel nuovo sistema dei pagamenti diretti regionalizzati l’aiuto medio in Italia sarà di circa 200 €/ha (escluso il greening), quindi la prima soglia del capping (150.000 €) scatta solamente con 750 ha di superficie agricola. Anche in questo caso solo pochissime aziende saranno colpite. Solamente le grandissime aziende agricole che gestiscono la coltivazione con i contoterzisti, quindi senza manodopera aziendale, saranno interessate dal capping.

GLI APPALTI VERDI NELLA RISTORAZIONE COLLETTIVA DIVENTANO REALTA’
Finalmente gli appalti verdi sono una realtà. Sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale i Criteri ambientali minimi per il servizio di ristorazione collettiva e la fornitura di derrate alimentari, previsti nell’ambito del Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della Pubblica Amministrazione (il cosiddetto Green Public Procurement).
I criteri si suddividono in ambientali di base e premianti. Un appalto è verde se riporta tutti i criteri di base. Gli ambientali, anche quelli di base, corrispondono a caratteristiche e prestazioni superiori a quelle previste dalle leggi nazionali e regionali vigenti, il cui rispetto deve comunque essere assicurato.
Le principali norme ambientali che disciplinano i prodotti servizi oggetto dell’appalto e che si consiglia siano riportate nell’appalto sono le norme che disciplinano: l’agricoltura biologica, i prodotti a denominazione d’origine, i prodotti tradizionali, il benessere degli animali negli allevamenti.
In linea con le indicazioni del Pan Gpp, al fine di tenere nel massimo conto gli aspetti della sostenibilità (ambientali, economici e sociali), la forma di aggiudicazione preferibile è quella dell’offerta economicamente più vantaggiosa prevista dal Codice dei Contratti Pubblici 2. Tale sistema consente di qualificare ulteriormente l’offerta rispetto a quanto indicato come requisito base, attribuendo un punteggio tecnico a prestazioni ambientali e, ove possibile, sociali, più elevate, tipiche di prodotti meno diffusi e talvolta più costosi, senza compromettere l’esito della gara. In questo modo si favorisce e si premia l’innovazione e il miglioramento socio ambientale del mercato.
Per quanto concerne la ristorazione collettiva, le specifiche tecniche di base per la produzione di alimenti e bevande con riferimento a frutta e verdura prevedono, tra gli altri requisiti, che i prodotti ortofrutticoli debbano essere stagionali, rispettando i “calendari di stagionalità” definiti da ogni singola stazione appaltante. Per prodotti di stagione si intendono i prodotti coltivati in pieno campo. Per quanto concerne invece la carne questa deve provenire, per almeno il 15% in peso sul totale, da produzione biologica e, per almeno il 25%, da prodotti Igp (Indicazione geografica protetta) e Dop (Denominazione di origine protetta). Per il pesce, per almeno il 20% da acquacoltura biologica.
La società erogatrice dei servizi di ristorazione deve garantire un’informazione agli utenti relativamente a: alimentazione, salute e ambiente; provenienza territoriale degli alimenti; stagionalità degli alimenti; corretta gestione della raccolta differenziata dei rifiuti. Nell’ambito delle specifiche tecniche premianti, si prevede la possibilità di assegnare dei punteggi all’offerente che: si impegna ad utilizzare nell’esecuzione del servizio prodotti alimentari caratterizzati dalla minore quantità di emissioni di gas a effetto serra espressi in termini di Co2 equivalenti lungo il ciclo di vita; a recuperare il cibo non somministrato e a destinarlo ad organizzazioni non lucrative di utilità sociale, all’offerente che si impegna a somministrare prodotti esotici (ananas, banane, cacao, cioccolata, zucchero, e caffè) provenienti da produzioni estere biologiche con garanzie del rispetto dei diritti lavorativi ed ambientali. In merito al trasporto degli alimenti oggetto del contratto di appalto, occorre effettuare attività di deposito e trasporto delle merci mediante soluzioni collettive come il magazzinaggio comune e gli spostamenti a pieno carico degli automezzi, con conseguente riduzione del numero di viaggi, nonché organizzare e attuare sistemi di mobilità sostenibile del personale assegnato alla commessa. Si assegnano, inoltre, punteggi in proporzione alla minore distanza intercorrente tra luogo di cottura e di consumo (espressa in km).
Per quanto riguarda i criteri ambientali, per gli appalti relativi alla fornitura di derrate alimentari quali frutta, verdure e ortaggi, legumi, cereali, pane e prodotti da forno, pasta, riso, farina, patate, polenta, pomodori e prodotti trasformati, formaggio, latte Uht, yogurt, uova, olio extravergine, questi devono provenire per almeno il 40% da produzione biologica e per almeno il 20% da “sistemi di produzione integrata”, da prodotti Igip, Dop, Stg (Specialità tradizionali garantite). La carne, invece, deve provenire, per almeno il 15%, da produzione biologica e, per almeno il 25%, da prodotti Igp e Dop. Infine, il pesce deve essere per almeno il 20%, da acquacoltura biologica. Il Piano di azione completo può essere scaricato all’indirizzo http://www.ambienteterritorio.coldiretti.it/tematiche/Ogm/Documents/gpp.pdf

SISTRI, COLDIRETTI CHIEDE DI RISPETTARE LE PECULIARITA’ DELLE AZIENDE
Le imprese agricole sono caratterizzate da specifiche peculiarità, sia con riferimento alle attività svolte, che alle strutture aziendali, che alla tipologia dei rifiuti prodotti. Non è possibile non tenere conto di questi elementi nella elaborazione di norme che disciplinano modelli di gestione destinati ad incidere in maniera significativa sugli imprenditori.
Questa la premessa delle considerazioni esposte da Coldiretti, giovedì 29 settembre, nel corso dell’audizione tenutasi presso la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, per verificare la ricaduta del Sistri, il sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti, sulle imprese agricole. Coldiretti ha precisato che, con specifico riferimento al settore dei rifiuti, le imprese agricole nazionali, normalmente di piccola e media dimensione, producono modeste quantità di rifiuti pericolosi, mentre molti dei residui prodotti sono rappresentati da sostanze naturali non pericolose, che possono essere reimpiegate nella stessa azienda, secondo buone e consolidate pratiche agricole, o utilmente riutilizzate in altri cicli produttivi.
Per tali ragioni, le imprese agricole, sulle quali rischiano di gravare in maniera sproporzionata complessi e inutili oneri burocratici, necessitano di previsioni specifiche e differenziate che, coerentemente con le esigenze di tutela ambientale, tengano adeguatamente in considerazione le caratteristiche del settore.
Con riferimento all’applicazione del Sistri, Coldiretti ha contestato quanto affermato dal Ministro Prestigiacomo che, nella audizione del 7 settembre davanti alla Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, ha affermato che sul sistema di tracciabilità c’è stata una “forte resistenza”, perché “esiste una forma di allergia al controllo vero”.
E’ stato, quindi, chiarito che le imprese agricole non sono allergiche a nessuna forma di controllo. Al contrario, l’impegno di Coldiretti, in questi ultimi anni, ancora prima dell’istituzione del Sistri, è stato sempre orientato verso la creazione di circuiti di raccolta dei rifiuti, organizzati e condivisi con gli enti locali, sotto il completo controllo degli organi competenti e finalizzati a prevenire forme di gestione illecita o incontrollata.
A partire dal cosiddetto “decreto Ronchi”, attraverso gli accordi di programma sono stati realizzati capillari sistemi di raccolta dei rifiuti derivanti dall’attività agricola, con lo specifico obiettivo di assicurare il rispetto della normativa e, al contempo, controlli pubblici efficaci e la semplificazione degli oneri burocratici.
Le imprese agricole, attraverso le proprie associazioni di categoria, hanno realizzato con la pubblica amministrazione virtuosi sistemi di raccolta dei propri rifiuti concordando, nel rispetto delle previsioni comunitarie, modalità, agevolate ed adeguate alla realtà del settore, per l’effettuazione delle operazioni di trasporto e conferimento in piattaforme e isole ecologiche appositamente allestite.
Rispetto al Sistri, è stata condotta una battaglia per l’adeguatezza e la razionalità di un sistema che, nato per fronteggiare complessi fenomeni di gestione illecita dei rifiuti e concepito, sin dall’origine, per articolate strutture imprenditoriali, da un lato risulta spesso inapplicabile al settore agricolo e, dall’altro lato, rischia di vanificare il lavoro già svolto dalle amministrazioni locali e dalle imprese agricole, per la creazione dei sistemi di raccolta su base locale, già perfettamente a regime e sotto controllo.
Nel corso dell’audizione, nel valutare positivamente l’attenzione dimostrata dalla Commissione Ambiente della Camera nei confronti delle problematiche del settore agricolo, è stato richiesto l’impegno delle istituzioni competenti a risolvere alcuni problemi legati all’applicazione delle normative in materia di rifiuti e di Sistri che rischiano di tradursi in assurde complicazioni. E’ sottolineata la necessità, ad esempio, di rivedere l’obbligo per le imprese agricole che trasportino modeste quantità di rifiuti alle isole ecologiche organizzate su base provinciale, di rispettare i medesimi adempimenti previsti a carico di imprese che svolgono professionalmente attività di trasporto dei rifiuti.
Ancora, è stata espressa preoccupazione per l’imminente scadenza del regime di esonero delle piccole imprese agricole dall’iscrizione al Sistri – prevista, al momento, per il 31 dicembre 2011 - regime che, lungi dal rappresentare un esonero delle imprese rispetto ad un sistema di controllo e tracciabilità dei rifiuti, ad oggi ha condotto alla sottoscrizione di innumerevoli convenzioni con soggetti pubblici e privati per la realizzazione di capillari sistemi di conferimento dei rifiuti, con indiscutibile ricaduta positiva per l’efficacia del sistema.
Si è evidenziata la necessità, quindi, di consolidare tale sistema, spostando gli oneri informatici sui gestori dei servizi di raccolta, che, in quanto imprese e strutture organizzate, sono sicuramente in grado di assicurare il migliore impiego di tali strumenti e, dall’altro lato, assicurando il controllo dei conferimenti dei rifiuti attraverso documenti di conferimento cartacei di facile ed immediata compilazione. In tal modo, risulterebbero conciliate le diverse esigenze di efficacia del sistema di tracciabilità e di semplificazione ed adeguatezza.
Più in generale, si impone la necessità, nel rispetto della disciplina comunitaria, di dedicare al settore agricolo un serio e approfondito momento di confronto, per la predisposizione di un apposito provvedimento dedicato, nel quale si considerino la tipologia e le caratteristiche delle attività svolte, dei rifiuti prodotti, valorizzando e non mortificando i circuiti di raccolta già esistenti, organizzati e a regime.
Le considerazioni di Coldiretti sono state condivise dal Presidente della Commissione, Onorevole Alessandri e dagli altri onorevoli parlamentari presenti che, nel corso delle proprie repliche all’intervento, hanno ribadito l’impegno della Commissione alla soluzione delle problematiche esposte.

“DIRETTIVA NITRATI”, E’ ARRIVATA LA PROROGA
E’ stata recentemente concessa all’Italia la deroga ai vincoli imposti dalla direttiva Ue sui nitrati dopo la richiesta italiana di rivedere i parametri di applicazione. La deroga è riferita ai limiti massimi di spandimento di azoto, a determinate condizioni, rispetto a quelli fissati dalla direttiva generale: da 170 Kg di azoto di origine organica si è passati a 250 Kg per ettaro. Il vincolo sull’utilizzo dei nitrati riguarda le cosiddette “ aree vulnerabili” nelle quali rientrano i terreni agricoli che vanno dal Piemonte al Veneto, passando per la Lombardia e Emilia Romagna. Sono tutte aree a forte vocazione zootecnica, dove è concentrata gran parte degli allevamenti di bovini sia da carne che da latte e di suini. Il mantenimento del vincolo dei 170 Kg di azoto per ettaro, avrebbe comportato la drastica riduzione degli allevamenti zootecnici, una situazione inaccettabile per la nostra zootecnia e per l’economia nazionale, già fortemente deficitaria di derrate alimentari di origine animale. La tesi sostenuta dall’Italia per ottenere una revisione dei parametri di applicazione della “direttiva nitrati” si basa su due principi: a) le nuove conoscenze tecniche e scientifiche, che non scagionano ma limitano fortemente la responsabilità degli allevamenti; b) responsabilità anche di altri soggetti, come gli scarichi civili e industriali. A sostegno di questa tesi giungono i risultati dell’Ispra ( istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che aprono alla possibilità di una revisione delle aree vulnerabili, oggi fortemente penalizzante per gli allevamenti. La deroga che l’Italia sta incassando, e già ottenuta da molti altri paesi membri della Ue, come l’Olanda che vanta concentrazioni zootecniche importanti, è stata salutata con toni positivi dalla Coldiretti, che ora chiede di “ distribuire il peso dei vincoli in misura proporzionale tra le diverse fonti di inquinamento a partire dalla depurazione civile e dagli inquinamenti industriali responsabili, in prevalenza, dall’impatto ambientale dell’azoto” Tuttavia, la partita non è ancora conclusa perchè senza una nuova ridefinizione e riduzione delle aree vulnerabili e una diversa distribuzione delle responsabilità, in tema di inquinamento, per gli allevamenti zootecnici si profila una situazione difficile.

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